Per gentile concessione del Prof. Ermanno Inguscio.
Estratto dall'opera: "Nelle Terre di Maria d'Enghien Torrepaduli e S. Rocco"
L'altare maggiore della Chiesa Santuario di S. Rocco in Torrepaduli è ornato da una grande tela di Giovanni Grassi, datata 1851, raffigurante il Taumaturgo tra gli appestati, sulla quale si trova la seguente epigrafe latina:
D.O.M.
DIVO ROCCO SACELLUM
HOC ANTIQUA IVIUM PIETAS
RECENS FIDELI M. DEVOTIO ...
TESTIS FAEC. E. M. DIGIORUM OC
CASIONE MOTA EREXIT UNA
AMPLIA VIT ALTERA
A.D. MDCCXXXVIII
Un attento esame effettuato, oltre a stabilire la necessità di un oculato restauro, conferma la presenza dell'intervento maldestro dell'artigiano che, con una mano di gesso, ha finito con l'occultare alcune lettere, modificando, per fortuna, solo marginalmente il senso originale dell'epigrafe; la data del 1738 i riferisce all'ampliamento della cappelletta originaria. Ai due lati dell'altare, sono collocate le statue di S. Oronzo, a sinistra, e quella di S. Sebastiano, a destra. Sappiamo, infatti, che il culto per S. Rocco è attestato in Torrepaduli sin dal 1531, in una cappella, o oratorio, dedicata ai Santi Rocco e Sebastiano. Come infatti avvenuto in diverse altre aree d'Europa, il culto di S. Rocco si era affiancato a quello di s. Sebastiano, patrono degli appestati, poi sostituendolo.
Utilissima alla nostra ricerca risulta la citazione del culto tributato a S. Sebastiano, testimoniato anche da un dipinto su tela nella cappella "Extra Matricem" di Santa Maria delle Grazie del 1634, e a santi quali S. Oronzo, S. Teodoro, S. Francesco, S. Gaetano e S. Martino. Traccia del culto ai Santi trovasi proprio nella Matrice di Torrepaduli dedicata a M. SS.ma Immacolata, che porta in una formella la data del 1554.
L'Altare dedicato a S. Teodoro martire, protettore di Torrepaduli, datato 1596, ma certamente insistente come luogo di culto su una antica grancia basiliana ed i puntuali festeggiamenti fatti ogni anno il 9 di novembre, dalla locale comunità, sono segni di quanto fosse radicata la devozione per questo santo.
Accanto al Santo martire romano, anche S. Rocco è venerato a Torrepaduli. Spesso, anzi, i due Santi sono accomunati anche nell'iconografia popolare, come è testimoniato nell'attuale centro storico, in via Tancredi, in cui campeggiano due icone, ricavate nel muro esterno di una abitazione, raffiguranti l'una S. Teodoro e l'altra S. Rocco.
Ad eccezione di una copia del 1637 d'una visita pastorale compiuta nella terra di Ruffano, bisognerà giungere al 1720 per rinvenire traccia in Torrepaduli di documenti che attestino la presenza episcopale.
Più fortuna hanno avuto le ricerche effettuate nell'archivio Diocesano di Ugento, circa il culto di S. Rocco in Torre nel secolo XIX: l'otto marzo del 1838, Mons. Francesco Bruni, Vescovo di Ugento, affermava d'aver visitato la chiesa di S. Rocco.
Ma, quando sarà partito il bisogno d'invocare il Santo di Montpellier presso i Torresi? Un'ipotesi suggestiva, ma non poi tanto lontana dalla verità, può essere costituita dalla presenza dei contagi di peste e la loro diffusione nel napoletano nel secolo XVI.
Le cronache ricordano la virulenza delle pesti scoppiate a Messina nel 1523 e a Palermo nel 1575. La relativa vicinanza delle coste pugliesi e la concreta possibilità di diffusione del morbo via mare non sono elementi da trascurare.
Il 1575 e la terribile peste propagatasi per tutta l'Italia, forse causata da una strana siccità e dall'eccessivo caldo, debbono indurre a riflettere molto. Il Trentino e la Lombardia erano state devastate dalla terribile malattia. La stessa sittà di Venezia fu colpita nel 1576, da una esiziale mortalità, dove si contarono ben settantamila vittime. I contatti marittimi e commerciali dei Veneziani con i porti e le cittadine del basso Adriatico e del Salento, potevano, benissimo, costituire vettore di contagio.
E` molto probabile, dunque che anche le popolazioni dell'antico casale di Torre della Padula, non siano sfuggite alla virulenza di tale malattia ed il ricorso al Santo Pellegrino poteva costituire rifugio nella prova e sollievo nel pericolo mortale.

Ottanta anni dopo, una nave di soldati spagnoli aveva portato il morbo nella città i Napoli. Qui, in pochi giorni, si erano spenti 15.000 cittadini, ivi compresi i becchini, sostituiti, per decreto del governo, dagli schiavi turchi delle galere del porto a far da carrettai per il trasporto dei cadaveri. A quella pestilenza, cessata per le preghiere a San Rocco di tutta la popolazione, risale la delibera del municipio napoletano, di recarsi in "forma pubblica" ad assistere alla messa solenne nella chiesa del santo e di offrire, il 16 Agosto, sette torce di cera lavorata "alla paulina". Le cronache riferiscono che " per durevole riconoscenza non vi fu città, terra o villaggio di quel reame in cui non sorgessero chiese, cappelle, altari dedicati al suo culto".
Sul finire dell'estate del 1690, una nave proveniente da Cattaro, dove infuriava una orribile pestilenza, sbarcata a Conversano e Monopoli, riusciva a smerciare merce infetta. Il contagio si diffuse in tutta la Puglia e la Campania.
Nel 1836 il colera era piombato sulla città di Napoli; nell'estate seguente, il morbo aveva mietuto tante vittime che si dovette provvedere alla costruzione di un nuovo cimitero.
Tanto avveniva in Napoli, ma non molto diverse dovettero essere i bisogni materiali e le afflizioni di ogni genere all'insorgere di malattie contagiose in contrade, come quella di Torrepaduli, oltremodo bisognosa di scambiare i propri prodotti agricoli con merci e manufatti nei porti viciniori come Gallipoli. Ma grandi erano i rischi di contrarre contagi ed ancora più impellente il bisogno di collegarsi al Divino per mezzo della protezione del santo di Montpellier.